L'Intervista a Luca Pancalli «I paralimpici? L’Italia cresce anche con noi» «A Padova farò allenare tutti gli atleti disabili che poi parteciperanno alle Olimpiadi» Versione stampabile


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PADOVA. Cinquant'anni portati con leggerezza nonostante dal 1981, appena diciassettenne, a seguito di una caduta da cavallo durante un concorso ippico internazionale della nazionale azzurra in Austria, sia costretto su una sedia a rotelle.

Luca Pancalli, al quarto mandato da presidente del Comitato Italiano Paralimpico, venerdì scorso era a Padova per la firma della convenzione con Civitas Vitae Sport Education. Un accordo fortemente voluto da Silvana Santi e dalla medaglia d'oro alle Paralimpiadi di Londra, Oscar De Pellegrin, che permette agli atleti della nazionale azzurra di tiro con l'arco (Para-Archey) di svolgere la preparazione in vista dei più importanti impegni internazionali (Campionati del mondo e Olimpiadi in primis) nella moderna struttura sportiva dell'Oic alla Mandria.

«Quello che ho visto qui alla Mandria rappresenta la migliore speranza per il Paese, mi ha fatto scattare immediatamente una serie di interessanti idee», ha detto il presidente Pancalli visitando la cittadella sportiva. «Questo centro può diventare un modello virtuoso di buone prassi, per questo ho proposto al presidente dell'Oic, Angelo Ferro, e ai suoi collaboratori di realizzare qui a Padova un centro a livello nazionale di avviamento alle attività paralimpiche, dove i ragazzi paraplegici possano provare il piacere di avvicinarsi allo sport in strutture adeguate. Sono convinto che con la crescita del nostro movimento cresce anche la società».

Presidente Pancalli, lei è uomo di sport ed è riconosciuto da tutti anche come persona di grandi qualità umane. Spesso nei momenti difficili lo sport italiano è ricorso a lei per risolvere questioni scabrose. Vedi quand'è stato nominato commissario straordinario della Figc, in un momento in cui imperava la violenza negli stadi che durante gli scontri portò alla morte del dirigente della Sammartinese, Licursi, e dell'ispettore capo della Polizia di Stato, Filippo Raciti. Da allora ritiene sia cambiato qualcosa nel mondo del pallone?

«Ricordo che a seguito di quel bruttissimo episodio di Catania-Palermo del febbraio del 2007 decisi di sospendere le partite di tutti i campionati. Dalla Serie A alle giovanili. Una scelta senza precedenti, molto sofferta e coraggiosa dettata dalla mia coscienza. Dovevamo dare al Paese e allo sport del calcio un segnale forte. Diciamo che all'interno degli stadi qualcosa negli ultimi anni è cambiato anche grazie alle nuove disposizioni di legge che riguardano il mondo del tifo. Fuori dai terreni di gioco, purtroppo, non è cambiato molto anche perché ad agire sono persone che hanno altri interessi. Gli episodi di violenza nelle partite di calcio continuano, l'ultimo in ordine di tempo l'abbiamo avuto in Roma-Lazio».

Dallo sport alla politica. L'attuale sindaco di Roma, Ignazio Marino, nel 2013 l'ha nominata assessore allo sport e alla Qualità della Vita di Roma Capitale. Un incarico di prestigio che è durato però poco più di un anno. Come mai?

«Quando mi sono reso conto che la partita era diventata tutta politica ho deciso di fare un passo indietro e di tornare ad occuparmi a tempo pieno di sport. Devo dire, però, che è stata un'esperienza molto interessante che è servita ad accrescere il mio bagaglio di conoscenze. Mi sono sempre considerato uno sportivo prestato alla politica, nel momento in cui non c'erano più i presupposti per continuare era giusto fare un passo indietro. In quel momento ho ritenuto che il prestito fosse terminato e sono tornato a fare quello che mi piace e che posto avanti con passione».

Qualcuno ha insinuato che lei abbia lasciato la Giunta capitolina per un incarico più importante in vista della candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024. Cosa c'è di vero?

«Come ho spiegato in quei giorni non ho mollato l'assessorato per una poltrona più bella, ma solo perché la partita era diventata tutta politica non la ritenevo più la mia partita per la quale avevo accettato con entusiasmo».

Torniamo a parlare di sport. Del movimento paraplegico che tante soddisfazioni ha dato all'Italia, anche alle ultime Olimpiadi di Londra 2012 con l'oro nel tiro con l'arco del nostro portabandiera Oscar De Pellegrin. Il Veneto e Padova che sono sempre stati una fucina di atleti capaci di vincere ovunque lo sono ancora?

«Come no. Qui a Padova avete una società storica, l'Aspea. Esisteva già quando io ho partecipato ai Giochi Paralimpici di Stoke Mandeville/New York del 1984. È sempre stata ed è tuttora un punto di riferimento per il nostro movimento. È guidata da persone serie e capaci e i risultati si vedono. Ma è tutto il movimento paralimpico veneto che si distingue. Grazie anche al lavoro di tanti tecnici validi e di un dirigente come il padovano Ruggero Vilnai che sostiene con grande passione la nostra attività».

Presidente oggi lo sport paralimpico, anche grazie al ruolo che lei ricopre da anni, gode della considerazione che merita?

«I processi riformatori che abbiamo messo in atto oltre una decina d'anni fa hanno bisogno del giusto tempo per essere completamente attuati. Oggi possiamo dire che siamo una delle più importanti realtà a livello europeo e mondiale, apprezzata anche per i nostri valori. Questo in gran parte lo dobbiamo a quei meravigliosi campioni, ragazzi e ragazze disabili che attraverso lo sport hanno saputo ritagliarsi uno spazio nella propria vita. Dopo il successo a Giochi di Londra, considerati i più belli di sempre, le richieste di genitori che chiedono di far praticare sport al loro figlio disabile sono cresciute in maniera esponenziale. Ecco perché ritengo impostante un centro di avviamento allo sport paralimpico qui a Padova. Ultimamente abbiamo ottenuto il grosso risultato della creazione di un gruppo sportivo paralimpico al Ministero della Difesa. Lo ritengo un segnale di crescita culturale del Paese, dove si possono avviare allo sport militari che sono diventati disabili nell'espletamento del proprio dovere. Di strada da fare ce n'è ancora tanta per coinvolgere tutti quei ragazzi e ragazze disabili e far capire loro che lo sport è uno strumento per riappropriarsi della vita».

Presidente, lei racconta la sua vita, i suoi primi cinquant'anni, in un romanzo autobiografico (Lo specchio di Luca) scritto a quattro mani con il giornalista Giacomo Crosa. Parla dei brutti momenti dopo l'incidente di Wien Neustadt, quand'è caduto dal nervoso cavallo Condor che le era stato assegnato a sorte per la sua prima uscita internazionale e della sua infanzia di ragazzo un po' sregolato. A vederla adesso non si direbbe proprio.

«Da giovane ero un po' spregiudicato. Mia mamma Carla dopo l'incidente mi ripeteva spesso che se non mi succedeva così mi sarebbe successo in un altro modo. Col tempo però la vita mi ha formato anche nella sofferenza e mi ha avvicinato alla religione».

Le chiediamo di concludere con una riflessione su Alex Zanardi, forse il più famoso atleta paraplegico che vive e si allena da queste parti.

«I risultati che ha finora ottenuto alle Paralimpiadi e ai Mondiali sono a dir poco straordinari. Prepara ogni gara con grande impegno, accetta sfide che sarebbero difficili anche per un atleta normodotato. È un esempio di come attraverso lo sport si possa continuare a vivere da campioni».

fonte: Il Mattino di Padova di Gianni Biasetto



21/01/2015

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