Paola Fantato senza limiti «La mia battaglia non è certo finita»Versione stampabile


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Paola Fantato, da un bersaglio all'altro. Dalle medaglie paralimpiche alla lotta contro i pregiudizi culturali sulle disabilità. La storia di una campionessa. Quando incocca una freccia e prende di mira il bersaglio, è la migliore. Paola Fantato non è soltanto il secondo arciere al mondo ad aver preso parte ad una competizione olimpica, quella di Atlanta '96. È prima di tutto una campionessa che dal 1992 al 2004 ha dominato nella sua specialità alle Paralimpiadi. Semplicemente imbattibile. Tanto che, quando è approdata ad Atlanta, era lei quella da battere.
AMORE A PRIMA VISTA – L'arco l'ha incontrato come si incontra l'amore di una vita: per caso. «È stato un incontro casuale, come succede spesso, ed è stato amore a prima vista» ricorda la Fantato. «All'epoca, facevo nuoto con la società GALM di Verona, ed un giorno il Presidente ci ha chiesto se a qualcuno di noi poteva interessare provare il tiro con l'arco. La cosa mi ha subito incuriosita, così abbiamo contattato la società Arcieri Scaligeri, ed è cominciato tutto».
TALENTO E SACRIFICIO – È una favola, quella di Paola, ma non certo quella di una principessa affacciata alla finestra. Dal 1986, anno in cui si avvicina al tiro con l'arco, ne passano appena sei prima che metta al collo il primo oro paralimpico. Un'ascesa dietro cui si nasconde, per sua ammissione: «Un impegno totale, fatto di duri allenamenti giornalieri e di continui sacrifici». Ma anche un talento sorprendente che non è sfuggito a uno che di tiro con l'arco se ne intende. Il primo a metterle in mano arco e frecce è stato Giorgio Turrina, un nome ben noto a tutti gli appassionati. Turrina ha creduto in lei fin da subito: «È stato il mio maestro, ed ha capito che probabilmente in me c'era una predisposizione naturale per questa disciplina.» racconta ancora Paola. «Ma io credo che innanzitutto ci sia stata in me una motivazione molto forte. Il tiro con l'arco era ed è una delle pochissime discipline dove puoi competere anche con atleti non disabili, consentendo di fatto una integrazione totale. La mia partecipazione alle Olimpiadi di Atlanta nel '96 ne è la prova».
ATLANTA – Già, la partecipazione alle Olimpiadi di Atlanta. «È stata la vittoria più grande», afferma senza alcun dubbio, e poco importa se non è riuscita a portare a casa una medaglia. Come si dice, l'importante non è vincere, ma partecipare. Partecipare per dimenticare tutto il resto ed essere, semplicemente, una delle migliori atlete al mondo. «Alle Olimpiadi ho annullato l'handicap. Sul campo di gara non c'era più, non c'era più la mia carrozzina, ma solo il mio arco, le mie frecce e il centro del bersaglio. Ero temuta e rispettata dalle avversarie di tutto il mondo come io temevo e rispettavo loro. Sulla linea di tiro io e la mia avversaria avevamo negli occhi la stessa paura di sbagliare e di uscire dai giochi».
OTTO MEDAGLIE – Nella sua carriera non c'è solo Atlanta, però. La Fantato è stata a lungo la regina delle Paralimpiadi. Otto medaglie all'attivo, cinque delle quali iridate, conquistate una dopo l'altra in dodici anni. E ognuna di queste è magica. «Quando si lavora duramente per arrivare al risultato, ogni vittoria è una grande vittoria che dà una soddisfazione immensa. Sapere che hai lavorato bene, che hai svolto il lavoro giusto, è impagabile».
ESEMPIO – Adesso che Paola si è ritirata dalle competizioni agonistiche, ha preso di mira un altro bersaglio, quello più difficile da centrare: le barriere che ogni giorno le persone con disabilità motorie si trovano ad affrontare. Sono barriere più culturali che fisiche. Paola l'ha dimostrato con il suo esempio, e un muro lo ha già abbattuto: alla cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici invernali di Torino 2007. Era un muro coreografico, naturalmente, un muro simbolico sgretolato dalla potenza della sua freccia. «La strada da fare è ancora molto lunga, per poter dire che quel muro sia crollato davvero. Viviamo in una società dove chi non è perfetto è visto come un diverso. Si pensa sempre che il problema riguardi gli altri, mai noi stessi. Il mio compito è quello di far capire con l'esempio che si può vivere una vita piena e soddisfacente, degna di essere goduta pienamente, anche con un problema fisico.
In Italia i disabili sono più di un milione, uno dei miei obbiettivi è dare loro la possibilità di esercitare il diritto di fare sport».

(fonte L'Arena)



08/06/2011

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