PATAGONIA. Le imprese di Salvagnin hanno riscosso grande interesse in Sudamerica dove è atteso da una dura prova. L'atleta scledense ipovedente, ambasciatore dell'Onu per i diritti dei disabili, inforVersione stampabile


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Di nuovo in sella all'avventura. Una settimana dopo la straordinaria esperienza vissuta sull'Ojos del Salado, il vulcano più alto del mondo, Simone Salvagnin, l'ipovedente di Schio “ambasciatore” della carta dell'Onu sui diritti dei disabili, è pronto a inforcare con l'amico e guida Enrico Rizzolo, il tandem che lo porterà fino a Ushuaia, sulla punta estrema della Patagonia. Sulla mitica Terra del Fuoco, dove finisce il mondo. L'atleta campione mondiale di arrampicata sportiva, è atteso dalla “Carretera Austral”, che da Puert Montt, (dove è giunto con il team “dell'Equipe sans maison” che lo accompagna composto dal fotografo Luciano Covolo e dal cinereporter Massimo Belluzzo), corre parallela alle Ande per migliaia di chilometri spesso dissestati, in un clima reso ostile per il vento freddo e la pioggia, che flagella la Patagonia cilena anche d'estate. Cioè adesso. Ma Simone è un personaggio tosto, far fatica non lo spaventa affatto, è abituato da anni di duro allenamento. E poi la malattia gli ha spento gli occhi, non la voglia di vivere e sognare. Sa bene cosa significhi pedalare in situazioni estreme. Così il tragitto che lo attende non lo intimorisce se non quanto basta a tenere desta la concentrazione.  Il viaggio che sta compiendo con la benedizione della Regione Veneto, gli sta dando soddisfazioni enormi e a volte anche inattese. Sarà anche perché qui in Cile la sua presenza non sta passando affatto inosservata. Giornali e televisioni si stanno interessando a questo atleta che dall'età di 10 anni, giorno dopo giorno, ha iniziato a perdere la vista, e stanno seguendo con costanza e partecipazione, dedicandogli articoli e interviste, la sua emozionante avventura in terra cilena.  Una esperienza fatta soprattutto di incontri, di quelli però che lasciano il segno, con persone, uomini o donne, che hanno in comune grandi ideali, una spiccata sensibilità e senso di solidarietà. Gente a suo modo speciale, insomma. È stato così fin da quando Simone ha lasciato la regione di Atacama dopo l'esperienza alpinistica che lo ha portato in vetta ad una montagna di 6100 metri. Prima di tornare a Santiago, la capitale di un Paese che sta vivendo una stagione di di crescita e sviluppo in netto contrasto con la crisi che attanaglia in questo momento l'economia occidentale, ha fatto la conoscenza con Josè, il rappresentante dei 33 minatori che nell'agosto di due anni fa rimasero per settanta giorni prigionieri a settecento metri di profondità. Una vicenda che ha commosso il mondo intero, tenendo tutti con il fiato sospeso. Lui e Simone sembravano due vecchi amici, a dispetto anche della differenza di età. Anche il sindaco di Copiapò, la cittadina divenuta famosa proprio per la angosciante vicenda dei minatori di Atacama, ha voluto firmare la carte dell'Onu portata da Simone Salvagnin, così come ha fatto l'ambasciatore Vincenzo Palladino che con entusiasmo ha ospitato l'atleta di Schio e i suoi accompagnatori nella sede diplomatica di Santiago.  Le tappe di avvicinamento a Puert Montt, punto di partenza dell'impresa ciclistica di Simone e Enrico, hanno consentito anche di toccare con mano una delle culture più antiche e per questo significative del Cile, quella del popolo mapuche, i nativi di questo angolo del Sudamerica, privati però delle loro terre dal governo cileno alla fine dell'Ottocento, dopo avere fronteggiato per secoli i conquistadores spagnoli. Simone ha incontrato Juana Pailallef, la combattiva rappresentante della comunità mapuche di Temuco, la città capoluogo di una regione appartenuta storicamente al popolo indigeno oggi composto da circa un milione di persone in tutto il Cile: il cinque per cento della popolazione complessiva.  La donna ha trascorso anche quattro anni in carcere per la sua lotta difesa della cultura di un popolo discriminato e perseguitato duramente durante la dittatura di Pinochet e la cui causa è tuttora aperta. Anche lei ha sottoscritto la carta dell'Onu portata da Simone che ha avuto modo di trascorrere una giornata in una comunità mapuche che vive sulla costa atlantica ed, eccezionalmente, di incontrare una anziana “machi”, una sciamana mapuche, una figura di fondamentale importanza per la cultura indigena. Le machi sono sempre state considerate grandi conoscitrici delle erbe medicinali al punto che a loro si affidano anche oggi, cileni di ogni origine e classe. E anche la machi ha firmato, in lingua mapuche, il documento dell'Onu. Ora per la carta dei diritti dei disabili, è giunto il momento di salire in bicicletta con Simone. Li attende un duro percorso. Niente paura, perché la Patagonia, uno dei luoghi più affascinanti e selvaggi del pianeta, e la “carretera Austral”, considerata uno degli itinerari più avventurosi del pianeta, rappresentano il banco di prova idoneo solo per gente che, come il giovane ipovedente di Schio, dimostra di avere grande cuore e grandi ideali. I pedali giusti sui quali spingere.

Fonte: ll giornale di Vicenza



08/02/2012

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