Il basket in carrozzina per imparare a vincere la disabilitÓ nella vita Versione stampabile


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Studenti modello e giocatori di basket in carrozzina. Davide Brotto e Paolo Macaccaro, due eccellenze in ambito universitario e sul campo da pallacanestro, dove si divertono a scorazzare in serie B con le carrozzine del Cus Padova. Mica facile però coniugare studio, sport e disabilità. Eppure loro ce l'hanno fatta, conseguendo anche la laurea all'Ateneo patavino: Davide in medicina e chirurgia, Paolo in biologia molecolare. Brotto (27 anni) è il coach e fondatore del Cus Padova Basket in carrozzina, prima compagine universitaria di uno sport paralimpico. Alle spalle, un tumore alla gamba sinistra a 14 anni, le complicanze polmonari, l'asportazione di tibia e femore. Poi, la protesi per ricostruire il ginocchio e ripartire seduto su una carrozzina. «Prima della malattia», ricorda Brotto, «giocavo a basket e tennis in piedi. Dopo l'operazione non potevo più correre e saltare. Durante una vacanza in montagna, trovai una squadra di pallacanestro in carrozzina a Montecchio Maggiore. In seguito all'esperienza nella Nazionale Under 23 e al Padova Millennium Basket, con un altro ragazzo (Marco Zanin, ndr) abbiamo dato vita al Cus in carrozzina». Macaccaro (26 anni), invece, ha iniziato quasi per caso con la pallacanestro in carrozzina dieci anni fa: «Un'emorragia cerebrale alla nascita ha limitato la mobilità dei miei arti inferiori. Un allenatore mi ha fatto conoscere il basket in carrozzina. Da quando pratico questo sport ho scoperto alcuni problemi di coordinazione legati alla mia patologia. Con Davide ci siamo conosciuti in Nazionale e negli anni sono riuscito a coinvolgere nel progetto Cus anche alcuni amici normodotati. È difficile trovare studenti disabili, che vogliano provare la pallacanestro in carrozzina. Abbiamo inviato delle lettere, ma bisogna proprio trovare il modo di trascinare le persone fuori di casa. Lo sport è una sfida con se stessi: serve a vincere l'ostacolo della disabilità, ma anche il senso di depressione e abbandono post incidente o malattia». Brotto e Macaccaro ce l'hanno fatta. Studiano la sindrome di Goldenhar (una malformazione cranio-facciale) e le neoplasie ematologiche di tipo B, sognando la scuola di specializzazione a Padova e un dottorato di ricerca alla scuola di oncologia. Con la palla a spicchi in mano. «La vera soddisfazione», spiega Brotto, «è vedere i nostri atleti crescere cestisticamente accompagnandoli fino alla laurea. Per uno studente disabile non è semplice laurearsi: l'inserimento in un contesto sociale e la possibilità di fare sport tra amici spingono però a migliorarsi. Giocare insieme a compagni di squadra con una disabilità simile offre un supporto anche nella vita universitaria. Essere costretti a uscire di casa impone un esercizio fisico e mentale, ma innesca un circolo virtuoso, che permette di superare le difficoltà dovute alla propria disabilità».

Fonte: Il Mattino di Padova 



17/10/2013

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